Anffas Cinisello
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L’imprenditore Fabio Massaro: “l’uomo che l’ha data a bere a tutti i cittadini”

Articolo del 14 Luglio 2016 da Famiglia Cristiana.

“L’industria delle refrigerazione ha creato la prima “casetta dell’acqua” 15 anni fa. Da allora i chioschi idrici si sono diffusi in tutta italia. E alla manutenzione ci pensano i ragazzi dell’Anffas di Francesco Anfossi – foto di Giovanni Mereghetti.

La chiamano “l’acqua  del sindaco”, quella che sgorga a “prezzo politico” dalle “casette” ormai presenti nei Comuni di mezza Italia. Ci si va a rifornire come un tempo si andava alla fontana del villaggio: l’acqua sgorga già fredda, minerale o gassata e i cittadini ne fanno scorta di bottiglie inserendo monetine da cinque, dieci, venti, cinquanta centesimi (raro caso in cui servono ancora i centesimi). La prima “casetta dell’acqua” nacque ad Assago, in provincia di Milano, quindici anni fa, da un’idea di un imprenditore veronese di origine friulana, Fabio Massaro, classe 1960, titolare di un’azienda di frigo-gasatori e leader nell’imprenditoria del trattamento dell’aria compressa.

Quella “casetta” fu un successo incredibile: le code per il rifornimento duravano fino  notte fonda e le tavole ritornarono alla vecchi moda dell’<<acqua in brocca>> come ai tempi dell’idrolitina. A Bernareggio, nel cuore della Brianza, in una delle sedi della sua azienda, Massaro ci racconta come era riuscito a convincere Graziano Musella, allora presidente del Cap, il Consorzio pubblico delle acque potabili della Lombardia. <<Nell’esporre il mio progetto>>, ricorda,<<partivo da un assunto tanto semplice quanto efficace: i Comuni, titolari degli acquedotti, posseggono l’acqua più salubre e più controllata che ci sia ma non riescono a valorizzarla, non l’hanno mai data a bere, come si dice. L’acqua di rubinetto la servono in tavola in pochi. Se invece la rendiamo fresca, microfiltrata e gasata, spiegai, la trasformiamo in un prodotto finito che può essere venduto a prezzi superconcorrenziali>>.

Insomma: i Comuni ci metteano l’acqua, Massao le macchine per refrigerarla, filtrarla e creare le bollicine. L’accordo funzionò, prima con impianto per uso domestico, poi con le casette dell’acqua. <<Una volta stabilito l’accordo con i consorzi idrici>>, continua l’imprenditore,<<la convenienza reciproca era evidente: non c’erano spese di distribuzione, non c’erano costi di imbottigliamento e per la mia azienda era più facile vendere gli impianti di filtraggio e refrigerazione se dietro c’era la rete idrica municipale. L’iniziativa si diffuse come l’acqua: dopo la Lombardia l’Emilia, il Friuli, il veneto, la Toscana, la Sardegna, il Lazio.
Poi venne esportata oltreconfine in Spagna, in Marocco e in Mozambico, <<dove le casette>>, precisa Massaro, <<non sono un prodotto ma uno strumento per superare la mortalità infantile>>. L’imprenditore, che collabora con la comunità veronese “L’Ancora” di don Renzo Zocca, è molto sensibile al tema della responsabilità sociale di impresa e sogna i contribuire alla lotta all’emergenza idrica del Terzo mondo con le sue “casette”.

L’ACCORDO CON ANFFAS. Massaro ha anche sottoscritto un contratto etico per la manutenzione delle casette con l’Anffas (Associazione di persone e famiglie con disabilità) e l’Auser (Associazione per l’invecchiamento attivo). Il primo accordo lo ha fatto con l’Anffas di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, grazze a un progetto di collaborazione con il presidente dell’associazione Antonio Cacopardi. Con lui l’appuntamento è alla “casetta” di Vimercate. Arriva con i ragazzi e gli educatori della Cooperativa Arcipelago, che scendono e circondano la “casetta” come api intorno a n’arnia:  c’è chi è addetto all’apertura del locale, chi segna il consumo dell’acqua, chi pulisce l’esterno del chiosco, chi toglie i mozziconi di sigarette. Altri ancora raccolgono le monetine nei sacchetti che saranno portati all’ufficio rendicontazione. <<Per i ragazzi, alcuni dei quali colpiti anche da disabilità gravi>>, spiega Cacopardi, <<è molto gratificante, è un momento di crescita e di responsabilità. Senza contare che l’attività  li fa sentire una persona in grado di poter svolgere lavori utili, estesi alla rendicontazione delle monetine>>.

<<UN’OPPORTUNITA’>>. L’accordo verrà esteso a livello nazionale. <<Uno dei motivi del successo di questa iniziativa è che permette anche a chi ha disabilità gravi di essere valorizzato>>, spiega l’educatore Andrea D’Onghia. <<la missione diventa un momento di libertà, mentre la rendicontazione contribuisce a sollevarlo da tante ansie. Si sentono felici e importanti, nessuno di loro ha mai avuto a che fare con tanta moneta. Ognuno ha un compito previsto chi raccoglie le monete, chi effettua i conteggi, chi le suddivide nei vari “blister”. Per alcuni di loro diminuiscono le stereotipie, i momenti ripetitivi: vuol dire che sono più sereni>>.”

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CASA ARCIPELAGO Nuove prospettive di progettazione inclusiva

Si è svolto il Convegno del 18 Gennaio 2016  presso il Centro Culturale Il Pertini.
Il nostro caro Leo ha fatto pervenire il suo pensiero:

“Buongiorno a tutti oggi si presiede un convegno su casa arcipelago presso il Pertini.

Noi ci siamo riuniti in una stanza per ragionare insieme su come realizzare la casa.

Io e i miei compagni abbiamo lavorato insieme al gruppo degli architetti per rendere agibile la casa ai ragazzi in carrozzina in modo di dare a loro la possibilità di svolgere senza problemi azioni quotidiane come cucinare e fare la lavatrice. Per esempio sotto al piano cottura non c’è niente e io ci posso arrivare con semplicità, mentre prima avevo grosse difficoltà a compiere questa azione di lavoro.

In questi mesi io mi sono sentito anche responsabile di questa cosa, perché è stato un lungo progetto di lavoro, inoltre Simone (l’architetto) ha utilizzato una carrozzina per provare il bagno che si trova al centro della casa e lui ha visto le mie difficoltà e anche i miei spostamenti. “

“Siamo andati a scegliere i mobili per casa arcipelago, anche i colori abbiamo scelto insieme in gruppo, questa casa Arcipelago è senza barriere architettoniche che è fatta apposta per il giorno dell’inaugurazione dove mi sono emozionato perché ho provato l’ascensore. “

“Io non vedo l’ora di andare dentro alla casa Arcipelago.  Io ho visto anche i lavori quando sono iniziati e ho fatto delle foto. Prima che iniziassero a costruire la casa hanno distrutto le fondamenta per far crollare la casa per poi ricostruirla. I muratori hanno lavorato molto anche la domenica. Inoltre è venuto anche l’elettricista per installare la corrente e fare andare la luce. Questo per me è un sogno, andare e fare delle esperienze di vita con alcuni miei compagni. Anche stare fuori casa mi permette di essere grande. “

 

Convegno 18 Gennaio 2016 MOD

Dalla retorica dell’integrazione alla cultura dell’inclusione

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Articolo originale: http://www.portale-autismo.it/news/dalla-retorica-dellintegrazione-cultura-dellinclusione/5792.html

di Gianfranco Vitale

Di recente molto si è discusso di scuole speciali. E’ con curiosità ed interesse, come genitore di un soggetto disabile, ma anche – se mi è consentito – come ex insegnante (per inciso non sul sostegno) con trentasette anni di servizio nella scuola pubblica, che mi permetto di inserirmi in punta di piedi nel dibattito in corso, per provare a comprendere meglio le ragioni di un malessere che personalmente giudico ben più diffuso di quanto appaia a una prima lettura di alcuni autorevoli commenti, pubblicati su organi di stampa e sul web.

Ci troviamo di fronte ad un profondo disagio che sarebbe riduttivo sottovalutare e peggio ancora banalizzare ricorrendo a semplici parole d’ordine, a cominciare dagli appelli all’“inclusione” e/o alla “scuola di tutti”, refrain sicuramente utili a strappare consensi ed applausi in occasione di iniziative allestite ad hoc ma che, lo confesso, poco o nulla suggeriscono ormai a me e (forse) a tanti.

In effetti inclusione è una bellissima parola: dà l’idea, se riferita all’istituzione scolastica, di una scuola pronta ad accogliere in modo pieno e consapevole la diversità… Ma siamo sicuri che interpreti appieno il contesto reale che tanti disabili, e con loro le famiglie, vivono ogni giorno?

Altrettanto affascinante, ne convengo, è parlare di “scuola di tutti”… Peccato che molto spesso i nostri figli siano confinati nei corridoi o in angusti locali, cui ognuno assegna i nomi più bizzarri (a cominciare da “aule speciali”… Speciali in cosa?) dove si ritrovano non di rado soli, lontani da quei “tutti” retoricamente evocati a piè spinto, alla faccia di una integrazione spesso solo di facciata.

Ebbene: se non iniziamo la nostra disamina da qui, da questo frame affatto irrilevante, il rischio è di non riuscire a comprendere fino in fondo l’intero film cui stiamo assistendo e di interpretare male le voci di protesta e la rabbia di tanti protagonisti, a iniziare da quei familiari che, delusi da una scuola che non riesce in modo giusto ad accogliere i loro figli «speciali», non possiamo certo condannare perché fuori dal coro. Sbaglieremmo a farlo per la semplice ragione che raccontano la verità, quella fatta di mancanza di risorse umane e strumenti materiali, classi sovraffollate, docenti di sostegno precari che lavorano a incarico passando da una scuola all’altra, spazi inadeguati e se esistenti peggio strutturati, formazione carente, barriere architettoniche e culturali lontane dall’essere realmente rimosse, dirigenti scolastici che non conoscono la normativa o non vogliono applicarla fingendo, ad esempio, di non sapere che l’allievo disabile va preso in carico da tutto il team scolastico (e non dal solo insegnante di sostegno), come prevedono le linee guida ministeriali.

Si è davanti ad errori e contraddizioni che ogni anno si susseguono sempre uguali fino a spingere i genitori alla disperazione, con frequenti ricorsi al TAR quasi sempre vinti, tanto più comprensibile se si tiene poi conto dell’atavica scarsa continuità didattica, che scarica come ben sappiamo i suoi effetti perversi proprio sugli allievi più fragili.

Come ignorare che in dieci anni la percentuale degli alunni disabili che frequentano le scuole italiane è cresciuta del 40%? In un recente Focus del Miur è emerso che quest’anno essi sono 235 mila e rappresentano il 2,7% della popolazione scolastica, a fronte dell’1,9% del 2004-2005.

Primaria e secondaria di I° grado sono gli ordini di scuola con una maggiore presenza di alunni disabili. I maschi sono il 68,8% del totale. Il 95,8% degli alunni con disabilità ha un problema psicofisico, l’1,6% una disabilità visiva, il 2,7% una disabilità uditiva. Oggi abbiamo ancora un docente di sostegno precario su quattro. Che, detto in numeri, corrisponde ad appena 96mila posti coperti con personale di ruolo, a fronte di quasi 230mila necessari. Sono precari, non stabilizzati, oltre 33 mila posti di sostegno, il 26% circa.

A fronte di una crescita degli alunni disabili del 40% in dieci anni i docenti di sostegno sono cresciuti solo del 12%!

Come ignorare, inoltre, che l’attuale normativa prevede che in una classe con 20 – 25 alunni può essere inserito un solo studente disabile e se invece ce ne sono due la classe deve essere composta da meno di 20 ragazzi? Rivelo un segreto se dico che di fatto non è così e le classi sovraffollate sono ovunque? No, non è un segreto… Ricordo che secondo gli stessi dati del Ministero sono ben 5500 le classi in cui sono presenti più di 2 alunni disabili.

Sarebbe doveroso, a questo punto, fare una sana autocritica da parte di quelle forze politiche che si sono succedute al governo del Paese nel corso degli ultimi decenni, tutte più o meno incapaci di esprimere uomini e strategie in grado di aggredire efficacemente le tante contraddizioni e i tantissimi limiti dell’offerta formativa ed educativa. E invece su Vita.it si legge una dichiarazione del sottosegretario Davide Faraone in cui, lungi dall’avviare una seria riflessione sulla realtà del sostegno, apprendiamo che: “Abbiamo lottato per eliminare ghettizzazioni e per favorire un’inclusione a tutti i livelli della società; se qualcosa non va nel sostegno ai ragazzi disabili va solo migliorata”.

Davvero egli pensa che l’attuale “integrazione” offerta dalla scuola sia a misura dei bisogni speciali dei nostri figli? Che, in particolare, vi sia una formazione specifica da parte dei docenti di sostegno (e perché no? di quelli curricolari) nell’affrontare disabilità che una tale specializzazione, con tutta evidenza, richiedono in modo imprescindibile? Se fosse così non ci resterebbe che prendere atto di quanto labili siano diventati i confini tra immaginazione e realtà!

La mia sensazione è invece che i genitori si convincono ogni giorno di più che le cose non stanno come avevano legittimamente sperato, e per conseguenza cominciano a valutare opzioni diverse. Sarebbe bello se davanti a questo scenario, anziché limitarsi a parole di circostanza, servizi, scuola e associazioni si sedessero attorno a un tavolo per chiedersi “Dov’è che abbiamo fallito?”. Dov’è stato il problema?

Eh già: perché non è sempre vero che il problema è la gravità della patologia che afferisce il bambino o l’adolescente disabile. Spesso il problema vero è che il contesto attorno a lui è stato, ed è, gravemente escludente. Se capiamo ciò non faremo fatica a comprendere che più di ridondanti mozioni degli affetti è importante che il mondo della scuola, dei servizi, delle associazioni sia immediatamente disponibile a mettersi in discussione, a modificare il proprio modo di lavorare, perché solo questo cambiamento permetterà, domani, all’allievo allievo disabile di rimanere nella scuola di tutti. Dunque… o si realizza uno sforzo serio per rendere davvero inclusiva e integrante la scuola della legge 104 oppure, volenti o nolenti, dovremo rassegnarci all’affermazione di altro!

Alla luce di queste considerazioni dico allora, molto umilmente, che è sbagliato avere preconcetti contro le scuole speciali. Naturalmente penso a scuole degne di tal nome, che siano davvero meglio di una integrazione tutta chiacchiere e distintivo quale quella che molto spesso vivono i nostri figli.

Le famiglie non sanno che farsene di belle leggi e di intenzioni nobili che restano sulla carta. Vogliono efficacia. Vogliono una pedagogia speciale per i loro cari. Non si accontentano di tenerli parcheggiati, rivendicano – a ragione – scuole con supporti e personale qualificato, organizzate in classi ordinarie integrate e gruppi-classe di alunni disabili, con una programmazione «su misura» e momenti di integrazione con gli studenti normodotati, ecc.

Avere questi obiettivi, e ricercarli in scuole speciali, non offende nessuno: siamo solo davanti a una più che legittima risposta da parte di chi non desidera essere messo sotto scacco rispetto agli apprendimenti e alla crescita educativa del proprio figlio. Se non vengono rimossi gli ostacoli e se le leggi non vengono applicate il percorso scolastico risulta null’altro che una beffa e le parola inclusione e integrazione impronunciabili.

E’ arrivato il momento di sostituire la retorica dell’inclusione con la cultura dell’inclusione, e ciò va detto schiettamente, senza paraocchi , riconoscendo e denunciando le responsabilità ovunque e di chiunque.

Gianfranco Vitale

“…Non mi importa se sei come sei perché tu sei molto di più…”

Da una 4° elementare Riccardo scrive a una compagna affetta da una malattia rara:

” Cara Vanessa, sei la migliore e i tuoi sorrisi mi fanno diventare felice come te, tu sei molto allegra e pochissime volte triste….
A scuola sei bravissima e se fossi un maestro ti darei sempre 10 e lode, brava! Sei solo tu la più felice della scuola e sei sempre solo felice!…Sei molto curiosa e tocchi e prendi tutto per vedere e dimostrare che anche tu sei intelligente, perché alcuni non lo pensano ma io, da buon amico, ti capisco….”

Ma la frase che colpisce maggiormente è questa: “…Non mi importa se sei come sei perché tu sei molto di più…”

Anffas Nordmilano spera che la ricchezza di avere Vanessa in classe insegni a guardare oltre all’apparenza, come riesce a fare questo bambino di nove anni.

Grazie Riccardo sei grandioso!

Anffas Nordmilano

3 dicembre 2015: “Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità”

 COMUNICATO STAMPA

#INMYPLACE: prendi il mio posto?

“Hai mai pensato di prendere il posto di una persona con disabilità?”

Da Ufficio stampa FISH

“Il 3 dicembre ricorre la Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità.

La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap lancia #INMYPLACE, una campagna per connotare la celebrazione in modo diverso, in modo che impatti più direttamente sugli atteggiamenti, spesso inconsapevoli ma sempre determinanti, delle persone comuni verso la disabilità.

La campagna si articola in diverse fasi. Nella prima fase, già condotta a termine, FISH ha promosso fra le persone con disabilità e i loro familiari una raccolta di storie personali, sintetiche ed efficaci, tali da essere ben comprese da chiunque, componendo un mosaico delle diverse realtà e connotazioni della disabilità (il pregiudizio, l’esclusione, la discriminazione, gli ostacoli e le barriere…).

Fin qui è stato facile. La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap unisce le principali associazioni di persone con disabilità e dei loro familiari: le migliaia di storie di vita sono la risorsa e lo stimolo di concrete azioni da oltre vent’anni.

La raccolta delle storie è disponibile nel sito www.inmyplace.it

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Ed il messaggio a tutti è chiarissimo: “Hai mai pensato di prendere il posto di una persona con disabilità? Potrebbe essere un’esperienza illuminante e sorprendente. Scoprire che esistono barriere fisiche ma ancora prima atteggiamenti di paura e pregiudizio che ti escludono, ti marchiano. Ne usciresti con un punto di vista, qualunque esso sia, molto cambiato.”

Adesso l’ambizioso obiettivo è che il punto di vista possa essere vissuto e questo sarà possibile solo calandosi idealmente nei panni degli altri. Lo si può fare dal sito www.inmyplace.it con un semplice click “adottando” una storia – ma anche più d’una in giorni successivi – e condividendola sul proprio profilo Facebook o Twitter prendendo il posto del protagonista della storia.

Tutti possono partecipare alla piena riuscita dell’iniziativa, ma prima ancora per contribuire a modificare atteggiamenti e percezioni ancora troppo distorti.

Il 3 dicembre si celebra la Giornata internazionale per la Disabilità e ci si augura di poter arrivare a quella data con innumerevoli scambi di posto, per poter abbattere l’ostacolo più grande, quello della paura, dove, superatala, c’è un posto per tutti.”